Vecchie conoscenze di Antonio Manzini


Se, come afferma Giorgio Scerbanenco, raccontare la vita di un uomo è in fondo un modo di pregare, non sorprende che ogni nuova indagine che ha per protagonista il vicequestore Rocco Schiavone sia il pretesto per guardare più da vicino, come in uno specchio, un volto che ci è familiare, perché riflette tanta parte di noi, speranze e miserie comprese. Schiavone, angelo dalla faccia sporca, porta in sé, come una preghiera inascoltata, sempre quella sensazione appiccicata alla pelle e nello stomaco: “merda, fango, grasso delle tubature”. Continua a parlare di tanto in tanto con la moglie Marina, uccisa in un agguato anni prima, mischiando sogni e realtà, senza rendersi più conto della differenza, se Marina “è un ricordo o resta un sogno”, nella prigione volontaria che si è costruito. "Fai sei passi da leone. Non c’è niente qui per te, ci provi, ma è tutto bloccato. Sembri una macchina in mezzo alla neve e al fango che non riesce a ripartire. Ogni tanto stacchi la frizione e acceleri ma le ruote slittano e affondano sempre di più". Come quella macchina che slitta continuando ad affondare, Schiavone ripete con meccanica inerzia il suo sì alla vita, nel torbido, nel vuoto, nel niente che tocca respirare. In questo nuovo capitolo della saga assistiamo a un tornado di eventi che si affollano e ingombrano la vista impassibile del vicequestore un po’ come la neve che ricopre la città di Aosta. L’omicidio di un’anziana professoressa universitaria scandisce il tempo narrativo (circa una settimana) dell’indagine attorno a cui si annodano fatti e vicende della infinita, sempre uguale e diversa, commedia umana. Il cadavere di una “vecchia conoscenza”, Enzo Baiocchi, acerrimo nemico di Schiavone, riappare nell’anonima stanza di un albergo del varesotto simile a un oggetto “che il tempo avrebbe continuato a deteriorare fino alla sua sparizione”. Mai come in questo capitolo il Dio del noir è presente nei dettagli: un capello biondo, tinto ma senza ricrescita, sul luogo dell’omicidio della professoressa; l’anello strappato alla vittima con un gioco di prestigio dell’assassino che la moviola mentale di Schiavone riesce a ricostruire e svelare; gli asciugamani stesi sul pavimento del bagno di una camera d’albergo ecc… Forse che pregare significa innanzitutto osservare? Fare del proprio sguardo una camera oscura in cui ricreare dalla poltiglia di una realtà in frantumi la forma di un’idea esatta, che conduce a una trama seppur sfilacciata di senso, di giustizia possibile? E forse per l’accento romanesco del vicequestore? O per la postura inerme da vittima sacrificale della professoressa Martinet che fa pensare per una reminiscenza letteraria alla Liliana Balducci del Pasticciaccio? Ma per un attimo viene da sovrapporre al profilo di Schiavone quello altrettanto imperturbabile e sensibile del commissario Ingravallo del grande romanzo gaddiano. Come se anche per il poliziotto di Manzini la realtà fosse uno “gnommero” da sdipanare per raggiungere un nodo essenziale, inestricabile nel suo confuso viluppo di concause? Mentre traduce in Questura il principale indiziato dell’omicidio della professoressa, Schiavone in una delle non rare, folgoranti analogie della sua mente colorata, rievoca un vecchio brano musicale degli Area (vecchio, o per meglio dire antico, come il mondo che il vicequestore si ostina a custodire) parafrasandone a modo suo il titolo: “Gli dei se ne vanno, gli ignoranti restano”. Ancora un preghiera, un compianto, sulle ceneri di un mondo abbandonato all’imbarbarimento, tradito dai suoi “chierici”: gli intellettuali, i professori, i giornalisti, coloro che avrebbero la responsabilità di guidare, insegnare, di “contribuire, stare in mezzo alla società civile, far sentire la propria voce. Invece siete rintanati nei vostri microlaboratori, nelle aule delle università, che i ragazzi ignorano appena passato l’esame, e avete lasciato il campo alla peggio feccia. […] Ma qual è il problema? Avete paura della Realtà?” Le nebbie del passato avvolgono il vicequestore sottoponendo la sua vita a un nuovo testacoda, mettendo in gioco il valore più sacro, l’amicizia, sporcata e violata nel suo cuore sacro ancora una volta dall’infamia del tradimento. Ed è questo tema del tradimento che lega a filo doppio i molteplici eventi del romanzo, in apparenza irrelati, e ne scandisce come una melodia acre e dolente lo sviluppo narrativo. Eppure, nella tenera maternità della cagnetta Lupa che si addormenta accanto al suo umano; nell’orgoglioso cipiglio di Italo, perso nell’errore quasi a invocare il padre che gli manca; nel coraggio dell’agente Deruta che riesce non senza sforzo e tentennamenti a cancellare dalla fronte la X infamante che lo accompagna come un’ombra dall’infanzia; e ancora nel trasferimento a Milano del giovane Gabriele, con “il frullo delle ali del piccolo che spicca il volo, un momento triste per chi resta ma splendido per chi va”, noi percepiamo una tenacia, una resistenza, una risposta a quella barbarie, a quella paura. Ed è una risposta di umile intransigenza, di eroismo scrostato e senza vernice, che sale dal basso, dal grasso, dal fango, come una preghiera che si potrebbe confondere con una storia sporca che, c’è da scommetterci, non è ancora conclusa.

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