Monica




Si era svegliata alle nove, per lei era presto come fosse l'alba, era da tempo abituata a dormire tutta la mattina e ad alzarsi con un forte mal di testa e per mettersi in sesto ci volevano almeno trenta gocce di novalgina, poi passava dal caldo del letto alla soffice poltrona incominciando a fumare una Marlboro dietro l'altra fino a riempire di mozziconi il piccolo portacenere appoggiato per terra. Verso le due del pomeriggio dopo aver mangiato due barrette dietetiche e un succo d'arancia sempre troppo freddo era pronta per una nuova giornata.

Oggi invece aveva aperto le persiane, nonostante fosse gennaio, il sole scaldava come fosse estate e illuminava la casa mettendo in evidenza il disordine e la polvere che da tempo immemorabile aveva lasciato che ricoprisse tutti i mobili cambiandone persino il colore.

Aveva una gran fame, era inutile cercare in dispensa o nel frigorifero, si fece un caffè, avrebbe fatto colazione più tardi nel bar sotto casa con qualche cornetto alla crema. Si accese la sigaretta, ne assaporò il gusto forte, giocherellando con il fumo, era un piacere che difficilmente provava, cercò di prolungare quella sensazione, aspirando con delicatezza, si aspettava il cerchio alla testa che tardava ad arrivare, il mozzicone caldo nel portacenere lo guardava con simpatia, aveva passato dieci minuti indimenticabili.

La doccia che fece subito dopo non fu piacevole, la spugna che si passava sul corpo sembrava che volesse cancellare un qualcosa difficile da mandare via, l'acqua continuava a scivolare senza lavare.

Monica era una donna sulla quarantina, ancora piacente, soprattutto nel viso con il sorriso dolce e malizioso che tanto piaceva agli uomini, le rughe che incominciavano a vedersi non davano fastidio nemmeno senza trucco, il corpo si era appesantito, le tette erano grosse come meloni proporzionate ad un sedere in cui ci si perdeva, qualche piccola piega segnava la pancia.

Si asciugò i capelli un poco stopposi e di un biondo innaturale, si infilò un paio di jeans e un maglione attillato, sulle labbra soltanto un leggero filo di rossetto perlato.

Quando entrò nel bar fu accolta dal barista che la guardò in modo strano, non si aspettava Monica a quell'ora e stentava a riconoscerla così acqua e sapone; come si era ripromessa si fece fuori tre cornetti alla crema accompagnati da una buona cioccolata calda e densa. Si fumò qualche Marlboro cercando di ritrovare quella sensazione di poche ore prima, non era più la stessa cosa, scambiò qualche parola con delle vicine di casa che stavano rientrando da fare la spesa, si sentiva stranamente a disagio, le sembrava che gli occhi di tutti fossero puntati su di lei, era un pesce fuor d'acqua, si guardò addosso, non aveva niente di strano.

Pagò e scappò via, guardò l'orologio erano da poco passate le undici, le lancette sembravano ferme, come avrebbe passato la giornata da persona normale? Non lo sapeva, si diresse verso la banca, doveva fare un versamento, sorrise quando vide l'estratto conto, aveva superato di poco i centomila euro, aveva raggiunto il suo scopo, poteva aprirsi un'attività, la scelta era caduta su un bar, era un lavoro che le piaceva. Il cassiere la guardò in modo strano e lei abbassò lo sguardo, era nuovamente in strada, era da poco passato mezzogiorno. Aveva voglia soltanto di ritornare a casa e di sprofondare nella sua poltrona. Trascorse il resto della giornata a fumare nervosamente, il mal di testa incominciò a tormentarla, si fece trenta gocce di novalgina, guardò l'orologio era quasi ora di mettersi qualcosa sotto i denti. Ma come al solito non aveva niente di commestibile quindi decise di andare nella vicina pizzeria.

La pizzeria è ancora deserta, il pizzaiolo non ha fretta e gioca con il fuoco come fosse un bambino, nella sala i tavoli non sono apparecchiati, in un angolo due bambini, i figli del proprietario finiscono i compiti di malavoglia, litigando tra loro. Monica non ha fretta, a quell'ora la pizzeria sembra una casa prima della cena, è un bella sensazione. Nell'unico tavolo preparato oltre al suo due vecchietti masticano qualcosa borbottandosi l'un l'altro, assomigliavano in modo impressionante ai vecchi nonni che oggi non c'erano più.

Delle sue visite alla vecchia casa dei nonni, Monica non si ricorda quasi niente, forse soltanto l'odore di vecchio che non saprebbe nemmeno definire, ma che gli è capitato molte volte di incontrare quasi per caso in un cappotto smesso e pieno di cubetti di naftalina. Delle visite alla vecchia casa si ricorda nitidamente un momento particolare, quando dalla stradina sterrata che passava in mezzo ai campi, si alzava una nuvola bianca come facevano le vecchie diligenze nel Far West. Era una strada piena di curve che seguiva i confini di tutti i terreni e sembrava iniziare proprio dalla linea che divide il cielo dalla terra. All'ora di pranzo quando tutti erano intenti a mangiare si sentiva un rumore di macchina e tutti si catapultavano in cortile finendo di masticare il boccone di cibo che avevano appena ingoiato e lasciavano i nonni soli in casa che si guardavano e scrollavano leggermente la testa. Si abbandonavano le fresche mura della casa per restare fuori sotto la canicola a sudare anche per una decina di minuti, perché la macchina proprio come una bella donna nell'atto di togliersi le mutandine, si faceva desiderare. Ma quella nuvola non era un miraggio e all'improvviso sbucava perforando quel velo biancastro che colorava le scarpe e tutti all'unisono si mettevano a gridare e a battere le mani. A quel tempo di macchine se ne vedevano poche, per lo più erano delle 600 e qualche volta si vedeva anche una 1100, ma quelli per tutti erano i signori. Quella macchina era completamente diversa, una Giulietta dal colore rosso vivace, un cavallo di razza scalpitante al nastro di partenza; si capiva subito che si sentiva a disagio in quel posto popolato soltanto da buoi e vacche dall'area mansueta che non fanno altro che mangiare e tirare l'aratro senza nemmeno un mugugno. Come un cavallo impazzito disegnava nel cortile dei bellissimi cerchi e allora il nonno usciva sulla soglia e diceva: “Matto, non vedi che mi spaventi le galline, le uova domani me li porti tu”, scrollava la testa e rientrava in casa. Dalla Giulietta usciva lo zio Giuseppe, un bell'uomo, capelli lunghi che cadevano sul colletto della camicia dal colore argenteo come quello della luna. Portava un paio di guanti tutti traforati che si toglieva con una certa civetteria proprio come quelle ballerine al Moulin Rouge. Stringeva mani in modo cordiale e la aspettava con le braccia allargate, lui non si faceva pregare e in un attimo si trovavano abbracciati. Poi tutti tornavano dentro al fresco e a finire di mangiare. Tutti volevano offrirgli del vino fresco, ma lui educatamente rifiutava e si concedeva un bel bicchiere d'acqua fresca appena presa dal pozzo, si capiva che al posto del vino avrebbe gradito volentieri un bicchiere di whisky con un poco di ghiaccio. Non amava la tavola, non era uomo d'appetito, si limitava a un piatto di insalata russa: “Come la fate voi Ernestina” e si rivolgeva alla nonna tutta inorgoglita, e una fettina di torta alle nocciole, alla fine del pasto non disdegnava un bicchierino di grappa fatta in casa. Quando tutti avevano finito di mangiare nonna Ernestina incominciava a sparecchiare e tutti si alzavano per raggiungere senza una buona bottiglia di vino il pergolato, e lì il nonno incominciava a parlare di guerra, di vacche, di mercati e qualcuno forse per farlo tacere faceva uscire un mazzo di carte e si cominciava a giocare a briscola, partite interminabili che si concludevano al calar del sole. A Giuseppe la briscola non piaceva ma chi stava con lui non perdeva una partita e il nonno continuava a sbraitare verso il suo compagno. Tra un carico, una briscola, parlava dei Casinò di S. Vincent, Sanremo, Montecarlo, degli splendidi saloni dorati che facevano da contrasto ai tavoli verdi, il nonno continuava a scuotere la testa e voleva dire qualcosa, ma non si permetteva. E quando incominciava a parlare di donne Monica veniva spedita in cortile a giocare. Lei allora andava dalla Giulietta e la lavava per bene, tirando su l'acqua del pozzo, ne prendeva cura come se fosse un bambino, poi apriva la portiera e si sedeva al volante e assaporava il buon odore di pelle, in un attimo era catapultata su quelle strade a curve che ci sono sulla Riviera Ligure, tirava giù il finestrino e il vento gli scompigliava i capelli. Verso sera lo zio le diceva: “Ragazza si va a vivere” e partivano alla volta di Novi ligure. Quel piccolo paese che oggi è diventato quasi una città l'ha fermato nella sua mente e l'ha trasformato in un paese fatto di luci, di negozi stracolmi di roba, di cinema con i suoi cartelloni pubblicitari coi visi degli attori più noti e in voga a quel tempo, un immenso luna park o per tornare a Giuseppe a un bellissimo casinò.

La pizzeria continua a rimanere deserta, anche se ora i tavoli sono apparecchiati, un brivido di freddo le percorre la schiena, finalmente il pizzaiolo ha sfornato la sua margherita, gli è venuta fame e non le ci vuole molto a finirla. Il signor Carlo, così si chiama il proprietario si avvicina al suo tavolo: “Tutto bene” dice sorridendo e mettendo in mostra i denti poco curati. Hanno fatto le otto a scherzare e a ridere, i primi clienti stanno arrivando, per Monica è giunto il momento di ritornare a casa. Non si accorge nemmeno del freddo che sta calando, ha ancora in corpo il vino che la riscalda.

La casa l'accoglie come un ventre di donna, è la prima volta che prova quella sensazione. Il mal di testa era ritornato prese le gocce di novalgina, si truccò in modo vistoso, accese il cellulare era arrivato il momento di lavorare.

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